

I libri letti da Dante
Poco si sa circa gli studi di Dante. La cultura dantesca, formatasi in un contesto educativo totalmente diverso da quello attuale, è ricostruibile, in assenza di dati documentari affidabili, innanzitutto a partire dalle opere. Si ottiene così l'immagine di un attento studioso di teologia, filosofia, fisica, astronomia, grammatica e retorica: in breve, di tutte le discipline del trivium e del quadrivium previste dalle scuole e dalle Universitates medievali.
| Trivio |
Quadrivio |
| Grammatica | Aritmetica |
| Retorica | Geometria |
| Dialettica | Astronomia |
| Musica |

Ad instradarlo allo studio e alla lettura appassionata, per certo ha contribuito Brunetto Latini (1220 - 1294 o 1295), notaio, ambasciatore e anche priore a Firenze. Il maestro ha avuto un ruolo importante nella formazione di Dante. Brunetto aveva costituito in città la congregazione dei “Fedeli d’amore”, una vera scuola laica ed eclettica, capace di cogliere il meglio di tutti i movimenti spirituali allora esistenti, con particolare riguardo alla Scolastica e a Tommaso d’Aquino. Brunetto ha scritto il Tresor e il Tresoretto, qui scaricabile grazie a LiberLiber.
Ad ogni modo, è probabile che il poeta abbia frequentato gli studi religiosi e laici di cui si ha notizia a Firenze. Alcuni ritengono che Dante abbia studiato presso l'Università di Bologna, ma non vi sono prove in proposito. In un verso della Divina Commedia (Par., X, 133-138) Che, leggendo nel vico de li Strami, silogizzò invidïosi veri, Dante allude a Rue Fouarre, dove si svolgevano le lezioni della Sorbona: questo ha fatto pensare a qualche commentatore, in modo puramente congetturale, che Dante possa essersi realmente recato a Parigi.

Ovviamente, la cultura ufficiale delle Università era essenzialmente in lingua latina.
Di conseguenza, la cultura letteraria di Dante è basata principalmente sugli autori latini: in particolare Virgilio, che ebbe un'influenza determinante sulle opere dantesche. In modo particolare, ad aver suggerito parecchi spunti alla poesia del fiorentino è la lettura dell'Eneide, il principale poema virgiliano. Ancora una volta, grazie a LiberLiber, puoi scaricare da qui il testo dell'Eneide.
Dante, inoltre, conobbe certamente un buon numero di poeti volgari, sia italiani che provenzali.
Nelle sue opere è evidente il legame con la poesia toscana di Guittone d'Arezzo e di Bonagiunta Orbicciani (cfr. Purgatorio, Canto XXIV, 52-62), di Guido Guinizzelli e della Scuola poetica siciliana - una corrente letteraria attiva alla corte di Federico II, corrente che si esprimeva in volgare e che proprio allora stava cominciando ad essere conosciuta in Toscana, avendo in Giacomo da Lentini (il famoso "Notaro" di cui alla citazione precedente) il suo maggior esponente.
| ................................ «Tan m'abellis vostre cortes deman, qu'ieu no me puesc ni voill a vos cobrire. Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan; consiros vei la passada folor, e vei jausen lo joi qu'esper, denan. Ara vos prec, per aquella valor que vos guida al som de l'escalina, sovenha vos a temps de ma dolor!». ................................ |
"Tanto mi piace la vostra cortese domanda, che io non mi posso né voglio nascondere a voi. Io sono Arnaut, che piango e vado cantando; afflitto vedo la mia passata follia e lieto vedo la gioia che spero, davanti a me. Ora vi prego, in nome di quella virtù che vi guida alla sommità della scala, che vi ricordiate a tepo opportuno del mio dolore". |
La conoscenza del provenzale da parte di Dante è ricostruibile sia dalle citazioni contenute nel De vulgari eloquentia sia dai versi provenzali inseriti nel Purgatorio (XXVI, 140-147). Nei versi riportati qui accanto, Arnaut Daniel, poeta provenzale, 1150 ca - 1210 ca, conversa in provenzale con Dante nel Purgatorio, dov'è punito, assieme a Guido Guinizzelli, nella cornice dei lussuriosi.
Alla scelta di Dante di utilizzare la lingua volgare per scrivere alcune delle sue opere possono avere influito notevolmente le opere di Andrea da Grosseto, letterato del Duecento che utilizzava la lingua volgare da lui parlata, il dialetto grossetano dell'epoca, per la traduzione di opere prosaiche in latino, come i trattati di Albertano da Brescia.

In virtù dei suoi interessi, Dante apprese la tradizione dei menestrelli, dei poeti provenzali e la stessa cultura latina, professando, come già detto, una devozione particolare per Virgilio:
« Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore;
tu se' solo colui da cu' io tolsi
lo bello stilo che m'ha fatto onore »
(Inferno I, 85-87)
Va sottolineato che, durante il Medioevo, le rovine dell'Impero romano decaddero definitivamente, lasciando spazio a dozzine di piccoli stati: la Sicilia, ad esempio, era tanto lontana - culturalmente e politicamente - dalla Toscana quanto lo era la Provenza. Le stesse regioni, in buona sostanza, non condividevano una lingua o una cultura comune né tanto meno potevano usufruire di facili collegamenti. Sulla base di queste premesse, è possibile supporre che Dante fosse per la sua epoca un intellettuale aggiornato, acuto e con interessi, come si direbbe oggi, internazionali.
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