Dante all'Inferno



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Citazioni dantesche



Citazioni dantesche

Antologia di citazioni dantesche


Un buon numero di versi della Commedia sono entrati a far parte del linguaggio comune. Un buon numero di espressioni dantesche esce dalle nostre bocche nel quotidiano, anche se spesso non sappiamo più riconoscerne la fonte. Qui di seguito un breve elenco di modi di dire colloquiali tratti dalla penna del poeta, a dimostrazione della grande capacità di Dante di penetrare nel linguaggio della gente.


Temer si dee di sole quelle cose
c'hanno potenza di fare altrui male;
de l'altre no, ché non son paurose.

Inferno, canto II, versi 88-90
Beatrice spiega a Virgilio per quale ragione non ha timore di scendere all'Inferno per sollecitare il poeta latino ad andare in soccorso a Dante.

Per me si va ne la città dolente, 
per me si va ne l'etterno dolore, 
per me si va tra la perduta gente. 

Inferno, canto III, versi 1-3
Dante e Virgilio sono davanti alla porta dell'Inferno, sulla quale si legge questa scritta minacciosa.

Amor, ch'a nullo amato amar perdona

Inferno, canto V, verso 103 E' Francesca da Rimini che racconta a Dante il suo amore per il cognato Paolo Malatesta, il fratello di suo marito Gianciotto. L'amore non consente a nessuna persona amata di non riamare.

Fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e canoscenza

Inferno, XXVI, versi 119-120
Ulisse che sprona i suoi compagni, con la sua orazion picciola, ad andare oltre i limiti della loro esistenza.

Non ragioniam di lor, ma guarda e passa.

Inferno, canto III, verso 51
Virgilio e Dante si trovano attorniati dagli ignavi, coloro che in vita non hanno saputo scegliere. Virgilio sollecita Dante a non badarli e a proseguire il viaggio.

Vuolsi così colà dove si puote 
ciò che si vuole, e più non dimandare.

Inferno, canto III, versi 95-96 e Inferno, canto V, 23-24
Nel primo caso è Virgilio che si rivolge al traghettatore Caronte e gli impone di lasciarli passare, nel secondo caso Virgilio sta parlando con Minosse, il giudice dei morti.

... Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice 
ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore

Inferno, canto V, versi 121-123
E' Francesca da Rimini che, dialogando con Dante, sospira e pronuncia questa frase, ricordando il tempo felice trascorso con l'amato Paolo

O voi ch'avete li 'ntelletti sani, 
mirate la dottrina che s'asconde 
sotto 'l velame de li versi strani.

Inferno, canto IX, versi 61-63

Ed elli avea del cul fatto trombetta.

Inferno, canto XXI, verso 139

La bocca sollevò dal fiero pasto

Inferno, canto XXXIII, verso 1
Il soggetto è Ugolino della Gherardesca, intento a rodere il cranio dell'arcivescovo Ruggeri, che lo ha tradito.

Ahi Pisa, vituperio de le genti 
del bel paese là dove 'l sì suona

Inferno, canto XXXIII, versi 79-80
L'invettiva è di Ugolino, il bel paese dove risuona la lingua del sì è l'Italia.

Libertà va cercando, ch'è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.

(Virgilio; I, 71-72)

State contenti, umana gente, al quia;
Ché perder tempo a chi più sa più spiace.

(III, 78)

Biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l'un de' cigli un colpo avea diviso.

(III, 107-108)

Era già l'ora che volge il disio
ai navicanti e 'ntenerisce il core
lo dì c' han detto ai dolci amici addio;
Poca favilla gran fiamma seconda.

(I, 34)

Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.

(XVII, 58-60)

Non ragioniam di lor, ma guarda e passa.

Inferno Canto 3, linea 49

l'Amor che muove il sole e l'altre stelle

Paradiso, Canto 33, linea 145

e caddi, come corpo morto cade

Inferno, Canto 5, linea 142


Le parolacce nella Divina Commedia. Articolo di Pietro Genesini
Un articolo "croccante" sulle espressioni volgari nella Divina Commedia. A disposizione di ciascuno nel sito Danteforlife. Cliccare qui per scaricarlo.

"Il plurilinguismo della Divina commedia si e-stende anche ai termini osceni, che sono nor-malmente interdetti nel linguaggio comune. Questi termini fanno riferimento all’ambito ses-suale o all’ambito della sporcizia e contengono implicitamente o esplicitamente un duro giudi-zio morale che altri termini non sarebbero in grado di dare. A questa regola generale i termini sessuali fanno eccezione quando sono usati in modo descrittivo e scientifico, cioè per descrivere l’atto del concepimento. Esprimono ugualmente un giudizio morale negativo altre parti del corpo, come calcagna. Un altro settore di termini osceni e/o di condan-na, piuttosto circoscritto, è costituito da termini che indicano attività normalmente considerate illecite, come fuia, ladra.
È facile prevedere che tali termini di condanna morale sono più numerosi nell’Inferno, meno numerosi nelle altre due cantiche, e che com-paiono in modo prevedibile quando lo scrittore vuole enfatizzare il suo giudizio di condanna. I termini dell’area sessuale sono incentrati sui nuclei costituiti dai termini vagina, culo, merda, e quindi puttana/meretrice. La nudità comporta degrado morale e quindi esprime ugualmente un giudizio morale negativo. I termini dell’area della sporcizia sono incentrati sui nuclei costituiti dai termini lordura/letame, puzzo. La seconda area coinvolge anche il senso dell’odorato. All’ambito della lordura si può collegare anche l’ambito, assai più circoscritto, della malattia o del degrado fisico: la tigna, cioè la sozzura, la rogna, una malattia della pelle, e la lue, una malattia venerea. Il termine merda fa da collegamento tra i due ambiti". Questo è l'inizio dell'articolo.